| Che belle le primarie vere, altro che plebisciti nascosti | | Stampa | |
| Giovedì 10 Gennaio 2008 12:00 |
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“Voi europei ormai venite tutti qui a fare shopping. Non siamo più l’America di una volta”. Pochi giorni fa, proprio mentre stava per scattare la corsa alle primarie, mi si è rivolto così un taxista di New York. Un piccolo episodio, certo, ma che ben fotografa lo stato d’animo “assediato” con cui molti americani vivono questi mesi che, dopo aver attraversato le primarie, porteranno alle prossime presidenziali.
Gli umori dominanti che si potevano respirare sia a New York che nell’Iowa, quelli che sfuggono spesso a sondaggi non in grado di fotografare davvero la realtà in momenti di forte cambiamento nella e della base elettorale, sono intessuti di un diffuso senso di spaesamento che si regge su alcune tendenze visibili: la percezione della perdita della leadership geopolitica , anche indotta dall’incessante allungarsi – da anni ormai – del bollettino di una guerra che ha diviso profondamente gli americani stessi; la realtà e i simbolismi di un dollaro sempre più debole in una fase di recessione economica strisciante; gli scandali e la crisi di reputazione della grande finanza, sempre più percepita dai cittadini come portatrice di crisi e non di benessere economico. Tutti questi dati, oggettivi, costruiscono lo scenario sociale e soggettivo in cui le primarie democratiche e repubblicane si stanno svolgendo. Infatti, tra gli elementi profondi che si registrano e uniscono sia gli elettori democratici e repubblicani, che i supporters dei diversi candidati tra loro, c’è la spinta di un malcontento radicale nei confronti dei potentati, dei grandi interessi concentrati nelle banche e nelle multinazionali che danno la sensazione dell’iper-potere immutabile. In una parola, come si direbbe in Italia, dei “poteri forti”. E’, questo, un dato che si respira e si percepisce nitidamente, seguendo le campagne elettorali di tutti: e infatti, non a caso, il rientro dall’Iraq è un elemento dato per scontato da quasi tutti, e ad essere particolarmente duro nei confronti delle grandi lobbies non è soltanto Obama ma una buona parte del fronte repubblicano, in cui candidati come McCain o Huckabee sono espliciti nella critica all’establishment politico-economico di cui Gorge W. Bush è espressione plastica.
Partendo da questo scenario si può capire meglio quel che sta succedendo: la categoria del “change”, del cambiamento, su cui Barack Obama ha investito nella costruzione della sua sagoma elettorale, è in realtà condivisa da tutti i candidati che hanno chance di vittoria, compresa la “donna” Hillary Clinton. Ed è inoltre possibile comprendere l’esplosione di voglia di partecipazione elettorale che sta caratterizzando queste primarie, con affluenze record, di migliaia di giovani al primo voto, e altrettanti vecchi elettori disaffezionati che tornano a votare dopo molti anni. In fondo, è la riscoperta dell’anima profondamente liberista della nazione americana, che ritrova la partecipazione e la competizione di fronte agli eccessi di potere statico, oligopolistico, concentrato in pochi e abusati centri di controllo. Hillary Clinton, all’inizio di queste primarie, ha pagato senz’altro la palpabile sufficienza di chi si sentiva già candidata presidente, se non addirittura presidente. Il suo obiettivo polemico principale erano già gli avversari repubblicani, e questo, con ogni probabilità, ha pesato sul risultato dell’Iowa. Perché il mito americano del successo non è fondato su una predestinata invicibilità, ma è al contrario impastato di fatiche titaniche, di sofferenza, di fatica ad emergere, di vittorie conquistate con il sacrificio e anche con le lacrime. Proprio quelle che hanno riportato Hillary ad una dimensione di maggiore umanità, di conquista ancora da compiere, contribuendo in modo decisivo al risultato del New Hampshire, dove il naturale interprete del sogno americano – Obama, figlio del melting pot, primo della classe tutto fatto da sé – era arrivato con il vento in poppa e la certezza di vincere. Ora, nelle prossime decisive settimane, i profili e gli umori personali probabilmente lasceranno spazio ad una campagna più vera, più orientata ai contenuti, più prettamente “politica”. Ma non perderà i suoi caratteri di fondo, per il semplice fatto che essi segnano la società americana di questi tempi.
Da ultimo, in conclusione, per chi come me viene dall’esperienza delle primarie del pd italiano, è emersa spontanea la profonda differenza con il caso americano: la siderale lontananza tra primarie vere, competitive, anche sfrontate nell’animosità con cui le diverse componenti dei partiti si confrontano, e i plebisciti nascosti che hanno purtroppo caratterizzato molte primarie domestiche. Primarie italiane che molto spesso sono state concepite in quanto era già prevedibile il risultato. Cioè primarie di condivisione e non di competizione: in questo l’America è ancora terra di frontiera. |