| Siamo sicuri che a Milano convenga? | | Stampa | |
| Domenica 31 Agosto 2008 10:43 |
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«Pubbliche perdite, profitti privati. È una tipica vicenda all'italiana. Ed è assolutamente inaccettabile». Davide Corritore, già amministratore delegato di Deutsche Bank fondi, oggi è consigliere comunale per il Pd. L'italianità di Alitalia non vale qualcosa? «Vale per Berlusconi, che in campagna elettorale aveva promesso appunto quello: preservare l'italianità del marchio. Ma per riuscirci farà pagare a tutti prezzi molto alti». Per esempio? «Noi non stiamo assistendo al salvataggio di Alitalia, perché i debiti ce li teniamo noi come cittadini, azionisti della bad company». Ma appunto: non è quello il prezzo dell'italianità? «Non solo quello. Oltre ai debiti, oggi scopriamo che gli esuberi saranno ben più numerosi che con il piano Air France. E per giunta, viene chiesto a Milano di rinunciare a Linate, in modo da accentrare tutto il flusso dei passeggeri, compresi quelli Expo, su Malpensa». Proprio Malpensa sembra essere favorita dal piano. O no? «Io dico che se Alitalia fosse stata messa sul mercato a queste condizioni, senza debiti e fortemente ridimensionata nel personale, ci sarebbe stata la fila dei compratori. La verità è che gli imprenditori fanno il loro mestiere, e hanno capito che Berlusconi sarebbe stato costretto ad accettare qualsiasi condizione. In questo, si vede la mano del vero jolly dell'intera operazione». E cioè? «Roberto Colaninno. Ha una lunga storia di salvatore di aziende, è una sorta di Re Mida aziendale che ha la capacità di comprare quando i prezzi sono al loro minimo». Bravo lui... «Certamente. E non si tratta soltanto del dato economico, un miliardo per comprare il buono di Alitalia. Qui si realizza una concentrazione importante, con Alitalia e AirOne che assommano il 60% del traffico italiano. Inoltre, ora possiamo finalmente capire perché il governo non abbia finanziato la linea 4 del metrò per il collegamento con Linate». Matteo Colaninno, già capolista a Milano per il Pd, ora è il ministro ombra allo sviluppo economico. Lei che ne pensa? «Il padre è un grande imprenditore che fa il suo mestiere. Matteo invece ha scelto un mestiere diverso, in cui prevale la difesa degli interessi della collettività. Fossi al suo posto, mi spoglierei del cognome e non avrei dubbi nel dire che questa è una vicenda politicamente inaccettabile ». Dal Corriere della Sera del 27 agosto 2008
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